Dingle Peninsula – 4° tappa del viaggio in Irlanda

Inizia con una pioggia sottile sottile ed un cielo grigio la giornata in cui visiteremo la Dingle Peninsula.

Da Killarney avremmo potuto affrontare il percorso ad anello della Iveragh Peninsula per tutti i suoi 179 km., meglio conosciuto come Ring of Kerry.

Ci è sembrato però davvero lungo ed abbiamo preferito proseguire verso nord e la Dingle Peninsula, che con le sue coste frastagliate si protende nell’Oceano Atlantico rappresentando l’estremità più occidentale del paese.

Finalmente, da quando siamo arrivati in Irlanda, vedremo il mare!

La nostra speranza è che le nuvole si aprano per consentire al sole di illuminare il paesaggio che ci circonda, ma già se non piovesse sarebbe una conquista!

Arriviamo a Dingle affrontando la strada che attraversa la costa meridionale della penisola con sosta ad Inch.

Con una piccola deviazione dalla strada principale, ci fermiamo ad Inch Strand, una immensa lingua di sabbia, lunga 5 km., punteggiata da dune.

Questa spiaggia è stata scelta da diversi registi per girarvi importanti e famosi film, quali “La figlia di Ryan”, “Excalibur” e “Cuori ribelli”.

E’ possibile parcheggiare l’auto direttamente in spiaggia, sulla sabbia, ma passate disavventure in tal senso ci hanno resi alquanto prudenti e così fermiamo l’auto vicino ad una costruzione che funge da pub, emporio e probabilmente anche affittacamere.

Non piove più, ma forti raffiche di vento ci sferzano senza pietà mentre ci avviamo verso il mare.

In spiaggia poche persone, questa meraviglia è tutta per noi! Eppure in acqua un papà con due bambini piccoli in maglietta e pantaloncini si diverte fra le onde.

E’ una spiaggia adatta ai surfisti, ma oggi non se ne vede traccia.

La spiaggia si apre sulla baia di Dingle, in lontananza la costa si alza ed è coronata da alte montagne, mentre il mare che ritirandosi lascia tutta la sabbia bagnata, dà la sensazione di poter camminare sull’acqua!

Mentre mia figlia si diverte ad inseguire il vento e le onde che si frangono sulla spiaggia, un gruppo di ragazze, rigorosamente in costume intero, si prendono per mano e corrono urlando verso il mare!

Tempo cinque minuti e sono già fuori dall’acqua…devo dire che le condizioni sono davvero proibitive e non mi sognerei mai di seguire il loro esempio.

 

La spiaggia è bellissima ma il tempo inclemente non è accogliente. Così infreddoliti ripartiamo alla volta di Dingle, facendo comunque altre soste lungo la costa in punti panoramici imperdibili.

Dingle è considerata il “capoluogo” della penisola, molto turistica, soprattutto nei mesi estivi, offre negozi, caffè, ristoranti e strutture alberghiere accanto a bed & breakfast.

Nel suo porticciolo sono attraccate numerose imbarcazioni, alcune delle quali portano in gita i turisti ad ammirare sia la costa che il simpatico delfino Fungie, un delfino tursiope, che dal 1983 staziona nella baia di Dingle, prestandosi a farsi ammirare dai turisti.

Purtroppo quando noi arriviamo la pioggia ricomincia fitta a cadere. Stretti negli impermeabili e con gli ombrelli aperti passeggiamo per la cittadina fino ad arrivare al Dingle Oceanworld…sarebbe un’ottima metà per sfuggire alla pioggia…ma non è ciò che vogliamo!

La visita a Dingle doveva essere il punto di partenza per percorrere lo Slea Head Drive, un affascinante percorso ad anello di circa 50 km, da affrontare in senso orario, perché la strada è molto stretta, in alcuni punti a strapiombo sul mare e si rischierebbero intasamenti se si incontra un’altra auto.

L’itinerario si snoda fra belle spiagge, ripide scogliere, siti preistorici e chiese paleocristiane con paesaggi mozzafiato, ma questa pioggia accompagnata anche dalla nebbia rende davvero difficile la sua realizzazione e la guida a sinistra, ancora ostica per mio marito, non migliora certo le cose.

Mentre passeggiamo per Dingle, mi viene in mente di aver intravisto poco prima l’ufficio turistico e decido così di entrarvi…la mia guida afferma infatti che organizzano tour guidati ed escursioni.

Entriamo, spieghiamo cosa vorremmo fare e, nonostante non siano previste uscite per la giornata, riescono ad organizzarci un tour personalizzato di circa 30 km., della durata di 3 ore, al costo di € 90,00 per le ore 13.00, ossia dopo due ore.

Decidiamo di trascorrere il tempo che manca all’appuntamento in un pub poco lontano per pranzare e rilassarci dopo tutta questa pioggia. D’altronde pensare di visitare l’Irlanda, in qualsiasi stagione, senza un po’ di pioggia, è pia illusione!

 

 

Alle 13.00 in punto siamo all’Ufficio Turistico, dove ci viene presentato Mossie, una simpatica guida che subito ci mette a nostro agio ricordandoci che neppure per lui l’inglese è la lingua madre, dopo avergli chiesto di parlare lentamente.

Ci chiede cosa ci piacerebbe vedere ed io rispondo che a parte i paesaggi e gli scorci panoramici, che purtroppo in questa giornata sono ammantati dalla nebbia, amiamo la storia e i siti archeologici.

Organizza così la nostra prima tappa facendoci vedere delle pietre nere incise con caratteri di scrittura ogamica, che in passato venivano utilizzate per segnare i confini fra le proprietà.

La principale caratteristica di questo alfabeto è che una lettera non corrisponde ad un segno, ma ci sono solo linee incise in diverse direzioni ed in numero diverso che corrispondo appunto alle lettere.

Poco dopo ci fermiamo con l’auto su una scogliera a strapiombo sul mare per scattare alcune foto, anche se il tempo è davvero inclemente e piove.

 

La tappa successiva è la visita di una capanna ad alveare, costruita con pietre a secco ed un’apertura circolare nel soffitto per lasciar passare il fumo del focolare, che all’occorrenza può essere chiusa da una grande pietra posta in alto.

Queste capanne ad alveare disseminavano tutto il fianco della collina, creando un villaggio. Sotto la collina la popolazione aveva scavato delle gallerie, che collegavano fra loro le capanne e servivano anche come rifugio quando si avvistavano le navi vikinghe che facevano razzie lungo la costa.

Poco lontano, in una normale capanna destinata ad ovile, Mossie ci fa vedere alcuni agnellini che prendiamo in braccio…che strana sensazione per me che non sono avvezza a trattare con gli animali!

 

Inoltrandoci nella Dingle Peninsula, arriviamo a Coumeenoole Beach.

Dalla carreggiata principale, una strada ugualmente asfaltata, scende verso la spiaggia.

Normalmente Mossie lascia i turisti sulla strada principale e questi a piedi arrivano alla spiaggia, ma oggi il cattivo tempo gli permette di accompagnarci direttamente sulla spiaggia con l’auto, considerato che non si vede in giro anima viva.

Coumeenoole Beach è una piccola spiaggia dorata disseminata di pietre acuminate, sia in acqua che in spiaggia, con alle spalle le alte pareti della falesia che sembrano sospingerla verso il mare.

La spiaggia è completamente deserta, intorno a noi pioggia, nebbia e vento…ad un certo punto però vedo che in acqua un gruppo di ragazzi con la muta sta provando a fare surf!

Che audaci! Anche con la giusta attrezzatura…ben lungi da me è l’idea di tuffarmi in acqua!

 

Risaliamo in auto, che è un suv a quattro ruote motrici, ideale per questa parte di Irlanda così selvaggia e con strade strette, tortuose e ripide per raggiungere Dunmore Head, il capo più occidentale dell’Irlanda e anche d’Europa.

Alte scogliere ricoperte di verde, onde che si frangono sulle spiagge sottostanti, una strada che tortuosa scende ad un piccolo porticciolo, di fronte le Blasket Islands…questo è Dunmore Head.

Nonostante la pioggia fastidiosa scendiamo fino al porticciolo…una piccola imbarcazione ha appena fatto scendere due turisti, poi ritorna verso Great Blasket, la più grande delle isole dell’arcipelago.

Fino al 1953 furono abitate da popolazioni che parlavano la lingua irlandese, ora solo qualche cottage ospita i turisti nel periodo estivo, per il resto solo conigli, foche e pulcinella di mare popolano queste isole.

 

Riprendiamo il viaggio verso il Gallarus Oratory, mentre ai lati della strada scorrono verdi prati delimitati da muretti a secco, cottage isolati e gruppetti di case che difficilmente potrei definire villaggi.

Parlo con Mossie e scopro che ha trascorso 20 anni in Australia, dove sono nati i suoi figli e poi è ritornato in Irlanda con tutta la famiglia. E’ molto simpatico e mi stupisco di come riusciamo a chiacchierare senza problemi, considerato che devo tradurre tutto a mio marito e tradurre le domande che mio marito fa a Mossie…devo dire che le lezioni di inglese con l’insegnante madrelingua sono servite a qualcosa.  

Giungiamo al Gallarus Oratory e superiamo il centro visitatori poiché lì il parcheggio è a pagamento, mentre dall’ingresso secondario è possibile lasciare l’auto gratuitamente. Anche la visita al sito è gratuita.

Il Gallarus Oratory, che si staglia solitario in mezzo alla nebbia ai piedi delle colline, è considerato la chiesa cristiana più antica di tutta l’Irlanda, risalente ad un periodo compreso fra il VI e il IX secolo d.c..

Costruito con pietre a secco, ha la forma di una barca rovesciata con un’apertura sul lato occidentale e una finestra tondeggiante su quello orientale. 

 

Ci avviamo verso quella che sarà l’ultima tappa della nostra gita lungo lo Slea Head Drive, ossia la visita alla Kilmalkedar Church.

Come ormai abbiamo compreso, in Irlanda la maggior parte delle chiese è circondata da tombe, anche recenti, ed è priva di tetto…Mossie scherza dicendoci che in questo modo si evitava di pagare le tasse.

La chiesa è nella tipica pietra grigia che caratterizza le altre costruzioni della penisola, in stile romanico, ha un bel portale sovrastato da un arco a tutto sesto e all’interno elaborate finestre a monoforo.

Nella corte esterna Mossie ci mostra in rapida successione una pietra che rappresenta una meridiana, una croce celtica e una pietra ogamica, ossia una pietra che riporta alcuni caratteri dell’alfabeto gaelico.

 

E’ giunto il momento di rientrare a Dingle.

Questa giornata non fredda, ma piovosa e nebbiosa, senza un solo raggio di sole a rompere il grigio del cielo, si sarebbe potuta rivelare un disastro…avevamo infatti  grandi aspettative per la visita della Dingle Peninsula e speravamo di poterla ammirare in una bella giornata di sole.

In Irlanda però il tempo è imprevedibile e credo che la scelta di farci accompagnare dalla nostra simpatica e disponibile guida sia stata perfetta.

Per qualche ora anche mio marito si è potuto rilassare dalla guida e abbiamo visitato tutto quello che avevamo programmato…da soli sarebbe stato più complicato a causa della nebbia e dei cartelli stradali non sempre così puntuali!

 

Tornati a Dingle bagnati come pulcini si apprestiamo a rimetterci in viaggio per Tralee, dove abbiamo prenotato il  nostro bed & breakfast.

Sono 48 km che ci piacerebbe fare attraversando il Conor Pass, con la sua strada stretta e tortuosa che affaccia su paesaggi mozzafiato e altamente panoramici, ma la fitta nebbia che ci circonda ci fa desistere in  favore di un percorso meno impegnativo.

Giunti a Tralee, dopo una doccia caldissima e un po’ di riposo, eccoci di nuovo pronti per affrontare la visita a questa cittadina partendo da un buon ristorante.

Tralee non è una località turistica, a noi serve come meta di passaggio da un trasferimento all’altro, ma in questa domenica sera a passeggio per le sue strade, non mi sarei mai aspettata un’atmosfera così surreale…sembra una città deserta; in giro non c’è anima viva, ma neppure un’auto di passaggio, negozi chiaramente chiusi, ed abbiamo difficoltà persino a trovare un ristorante aperto!

 

Il giorno successivo partiremo molto presto, alle 8:00 il primo traghetto della giornata attraversa un breve tratto di mare che ci consentirà di accorciare la strada di almeno un centinaio di km.

 

Prossima tappa del viaggio on the road in Irlanda → Cliffs of Moher e Galway

 

Commenti

  1. Sentirsi a casa

    “La cosa più bella di un viaggio è il ritorno a casa. Apri la porta e senti quell’odore misto di mobili, libri e persone che ami, che è una fragranza unica. Il profumo di casa tua.”

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